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SERIE
MONTALBANO
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La
forma dell'acqua
Il
primo omicidio letterario in terra di mafia della seconda repubblica
un omicidio eccellente seguito da un altro, secondo il decorso
cui hanno abituato le cronache della criminalità organizzata ha
la forma dell'acqua. (" Che fai? " gli domandai. E lui, a sua
volta, mi fece una domanda. -Qual è la forma dell'acqua? ": "
Ma l'acqua non ha forma!" dissi ridendo: --- Piglia la forma che
le viene data " ). Prende la forma del recipiente che lo contiene.
E la morte dell'ingegner Luparello si spande tra gli alambicchi
ritorti e i vasi inopinatamente comunicanti del comitato affaristico
politico-mafioso che domina la cittadina di Vigàta, anche dopo
il crollo apparente del vecchio ceto dirigente. Questa è la sua
forma. Ma la sua sostanza (il colpevole, il movente, le circostanze
dell'assassinio) è più antica, più resistente, forse di maggior
pessimismo: più appassionante per un perfetto racconto poliziesco.
L'autore del quale, Andrea Camilleri, è uno scrittore e uno sceneggiatore
che pratica il giallo e l'intreccio con una facilità e una felicità
d'inventiva, un'ironia e un'intelligenza di scrittura che oltre
il divertimento severo del genere giallo - appartengono all'arte
del raccontare. Cioè all'ingegno paradossale di far vedere all'occhio
del lettore ciò che si racconta, e di contemporaneamente stringere
con la sua mente la rete delle sottili intese.
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Il
cane di terracotta
(Recensione)
Ritorna
l'investigatore Montalbano: nel corso di un'inchiesta su di un
traffico d'armi, ispezionando una caverna che funge da deposito
di ordigni, Montalbano scopre un passaggio che conduce a un'altra
grotta, e qui trova due cadaveri: un ragazzo e una ragazza uccisi
cinquant'anni prima. Obbedendo all'istinto prepotente che lo spinge
a ricercare una verità sbiadita e forse ormai inafferrabile, il
commissario Montalbano inizia un'indagine improbabile, che cerca
di ricostruire vicende apparentemente non destinate ad approdare
in un'aula di tribunale.
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Il
ladro di merendine (Recensione)
Terzo
giallo di Andrea Camilleri che vede come protagonista Salvo Montalbano,
il commissario di stanza a Vigàta, immaginaria cittadina siciliana.
Questa volta il commissario, sospetta l'esistenza di un collegamento
tra due morti violente: quella di un tunisino imbarcato su di
un peschereccio di Mazara del Vallo e quella di un commerciante
di Vigàta accoltellato dentro un ascensore. Per Camilleri la Sicilia
di oggi è fonte continua di ispirazione e scoperta, di intrecci
di romanzo poliziesco e di osservazione su di un costume magari
inquietante ma certamente non statico, che gli suggerisce un linguaggio,
una parlata mai banale nè risaputa.
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La
voce del violino
"Il
commissario invece era di Catania, di nome faceva Salvo Montalbano,
e quando voleva capire una cosa, la capiva." Quarta inchiesta
per Salvo Montalbano, 'il Maigret siciliano' di stanza a Vigàta,
"il centro più inventato della Sicilia più tipica". Questa volta
Montalbano deve trovare il colpevole dell'omicidio di una bella
signora vigatese, assassinata nella sua villa. Ma i problemi di
vita privata non sono meno spinosi per il commissario: c'è la
questione del figlio adottivo e quella dell'eterna fidanzata Livia,
che punta decisa al matrimonio... nuova.
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Un
mese con Montalbano
Trenta
crimini da risolvere. Delitti d'amore, d'interesse, di mafia,
frutto di ambizione, di esaltazione, di esplosivo furore o di
logorante quotidianità. Trenta indagini alla ricerca si una giustizia
possibile. Quella giustizia che il commissario Montalbano si sforza
di perseguire nel cuore della Sicilia. Un uomo con un'esistenza
ordinaria, da funzionario integerrimo, con un'eterna fidanzata
lontana, in Liguria, e tre grandi passioni: il mangiare, il bere
e la letteratura. Brusco, talvolta scorbutico, ma dotato di un'irresistibile
carica di umanità e di ironia, Salvo Montalbano applica la propria
intelligenza a uno straordinario campionario di delitti, premeditati
o preterintenzionali, inscenati, minacciati o solo simulati. Un
mondo feroce e violento, che egli affronta con le armi della logica,
ma anche della pietà e dell'umorismo.
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Gli
arancini di Montalbano
"Quando
Montalbano incornava su una cosa, non c'erano santi." Il narratore
che da anni ci racconta le storie del commissario di Vigàta, immaginarie
e vere come la provincia siciliana in cui si svolgono, lo sa bene.
Una parola stonata, un gesto incontrollato, un dettaglio incongruo,
isolati con precisione sovracuta nella catena di assurdità del
vivere quotidiano, bastano a mettere in moto la macchina delle
sue indagini. E Montalbano indaga non tanto sulla "colpa" quanto
sulla nostra armata, e disarmante, "umanità.
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La
gita a Tindari
Il
commissario Montalbano è impegnato in una nuova indagine tra l'immaginaria
Vigàta e il promontorio di Tindari. Un triplice omicidio è avvenuto:
un giovane dongiovanni che viveva al di sopra dei suoi mezzi apparenti,
due anziani pensionati seppelliti in casa che improvvisamente
decidono una gita a Tindari. Li collega, sembra, solo un condominio.
Ma Montalbano ha una maledizione, sa leggere i segni che provengono
dall'"antichissimo" che vive nel "modernissimo" continente Sicilia:
lo aiutano un vecchio ulivo contorto, la sua squadra, la svedese
Ingrid, un libro di Conrad e un Innominato senza pentimento.
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L'odore della notte
A Vigàta è tornato l'inverno. E il commissario Montalbano non è più un ragazzino. Lo si avverte perché i segni lasciati da tutte le inchieste passate riaffiorano qua e là, con i colori della nostalgia, a ogni passo di quest'ultimo caso. Un caso anomalo in cui il cadavere non spunta all'inizio, e Montalbano non ne è proprio il titolare, ma vi si intrufola. Troppe coincidenze lo spingono. Scava nella scomparsa di un finanziere truffatore, che si è portato via i soldi di mezzo paese e dintorni, e poi del suo aiutante. E la soluzione sarebbe una fuga banale, col malloppo sottratto ai molti polli dell'epoca della borsa, connessa a un omicidio, se assai più carica di dolente orrore non si profilasse una soluzione laterale.
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ALTRE
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Il
corso delle cose
Il
titolo del romanzo prende lo spunto da una frase di Merleau-Ponty,
"il corso delle cose è sinuoso". Frase che si attaglia perfettamente
a certa realtà siciliana che abbiamo imparato a conoscere da Capuana
a Pirandello, da Brancati a Sciascia. Questa realtà sembra sfuggire
tra le mani dell'osservatore, tutta intessuta com'è di moventi
umani elementari ma oscuri, di gesti cerimoniali che alludono
a una seconda natura, a un'ipotesi dell'uomo non misurabile secondo
i parametri della logica. La prima virtù del romanzo è la costruzione:
Camilleri sa intrecciare le fila di un "mistero" con rara abilità,
conducendo il lettore sulle vie pericolose e stregate dell'ipotesi
mentale, della domanda continua. Ma reso omaggio a questa abilità,
che la pratica drammaturgica può aver favorito, bisogna sottolineare
la densità dell'atmosfera siciliana evocata e, più ancora, le
sottili qualità della scrittura. Certe ore, certe figure appaiono
in piena evidenza grazie a un uso morbido e sornione della parola
che forma una sua musica molto riconoscibile.
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Un
filo di fumo
"Nel
1980 Livio Garzanti volle pubblicare questo mio romanzo risolvendo
le perplessità di alcuni suoi eminenti collaboratori. Mi domandò
però, quasi a guardarsi le spalle, un glossario. Comprendendo
le sue taciute ragioni, cominciai a compilarlo di malavoglia;
poi, a poco a poco ci pigliai gusto e me la scialai. Il romanzo
viene ora ristampato a distanza di diciassette anni e il glossario,
nel frattempo, è diventato superfluo. Se ora lo ripubblichiamo
è perché la cosa sottilmente ci diverte. Lo spunto di Un filo
di fumo me lo diede un volantino anonimo, trovato tra le carte
di mio nonno, che metteva in guardia contro i maneggi di un commerciante
di zolfi disonesto. Per il resto, nomi e situazioni sono da addebitare
alla mia fantasia. Allora, quando uscì, il romanzo piacque a mia
madre: lo dedicai alla sua memoria" (Andrea Camilleri).
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La
strage dimenticata
I
moti del 1848 in Sicilia come pretesto per rivalse trasformistiche
da parte del notabilato: in questo contesto si svolgono due efferate
stragi sulle quali le autorità si affrettarono a stendere un velo
di silenzio. La prima strage avvenne a Porto Empedocle, dove il
maggiore Sarzana si liberò in un sol colpo di 114 detenuti, soffocandoli
e bruciandoli vivi in una cella comune; la seconda ebbe luogo
a Pantelleria, dove ad opera di mafiosi e proprietari furono giustiziati
15 contadini in base a pretestuose accuse. Sulla scorta dei ricordi
tramandati dalla sua famiglia, e consultando residue documentazioni,
Camilleri fa rivivere quei tetri episodi in un racconto amaramente
umoristico.
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La
stagione della caccia
In
un libretto su una strage di stato a ridosso della rivoluzione
siciliana del 1848, pubblicato qualche anno fa (monografia storica,
ma scritta Con la grazia e l'umorismo del narratore), Camilleri
ripeteva un'idea a lui evidentemente molto cara. Che i siciliani
sono " tragediatori ", sono paghi cioè soltanto quando possono
finalmente fondere insieme la vita e la scena, recitare, appunto
sulla scena della vita, ciò che succede loro veramente tornando
in illusione a comandare sulla sorte e mutandola in sogno. Di
questo teatro della vita Camilleri mostra di amare soprattutto
il lato di commedia; e commedia - racconto della commedia che
un paese siciliano di fine Ottocento inscena vivendo una catena
di morti e un amore cocciuto - è La stagione della caccia, Ma
non commedia dell'arte, farsa di macchiette; al contrario, genere
alto, in cui ciascuna delle parti in gioco è un personaggio scolpito
- con un brio che dà tenace divertimento - nell'atto in cui svolge
il suo gioco delle parti. Camilleri spiega di aver tratto l'idea
del romanzo (che avrebbe potuto essere piegato linearmente a intrigo
giallo, e lo è invece a sorpresa, tortuosamente) da una battuta
registrata nella famosa Inchiesta sulle condizioni della Sicilia
del 1876. All'interrogante, che chiedeva se si fossero verificati
fatti di sangue in un paesino, veniva risposto: " No. Fatta eccezione
del farmacista che per amore ha ammazzato sette persone ".. Come
a dire: non è successo nient'altro che un sogno. Il sogno che
questo libro viene a raccontare.
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La
bolla di componenda
"Componenda"
significa accordo, compromesso, transazione intesa a sanare un
contenzioso tra parti. Fa pensare all'accordo tra due privati
o, quando non privati, a pattuizioni di poteri occulti, torbidi,
segreti. Tutto il contrario della posizione di uno stato di diritto
che non compone, ma garantisce imparzialmente contro i torti.
E invece, in Sicilia almeno, non si è dato nella storia potere
che non si ritenesse parte di una componenda, di fronte ad altri
poteri, a danno di chi, per modestia, per debolezza, per isolamento,
non riusciva a garantirsi con nessun potere. E lo Stato italiano
si aggiusterà a questa pratica tradizionale, nei confronti del
brigantaggio, della mafia e dei tanti prepotenti.
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Il
gioco della mosca
Si
tratta di microstorie, ciascuna delle quali è all'origine di un
modo di dire, di una "frase celebre" facente parte di una vera
e propria mitologia familiare e cittadina, risalente agli anni
dell'infanzia dell'autore, quando Porto Empedocle si chiamava
ancora Molo di Girgenti. "Non posso in coscienza affermare che
le cose qui scritte appartengano esclusivamente alla mia fantasia...
quasi tutte mi vennero raccontate da coloro che sono i veri autori
di queste pagine, cioè i membri della mia famiglia, paterni e
materni".
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Il
Birraio di Preston (Recensione)
Si
capisce, leggendo Camilleri, che il suo piacere letterario maggiore,
raccontando vicende della provincia siciliana (fatti veri su cui
trama e ordisce la finzione, e quindi in sé semplici se non fossero
intricate dall'essere appunto siciliane), è quello di riportare
il dialogo vivo. E' un piacere che si comunica immediatamente
al lettore, per la particolare forza comica dell'arte di Camilleri;
ma assieme al piacere, poiché il linguaggio è la casa dell'essere,
e con la stessa forza e immediatezza, si comunica una specie di
nucleo di verità dell'essere siciliano. L'iperbole e il paradosso
della battuta, cui corrispondono l'amara coscienza dell'assurdo
in cui siamo e il dolore sordo per l'immutabilità di questa condizione.
Camilleri inventa poco delle vicende che trasforma sulla pagina
in vorticosi caroselli di persone e fatti - qui il fatto vero,
conosciuto dalla celebre Inchiesta sulle condizioni della Sicilia
del 1875-76, è il susseguirsi di intrighi, delitti e tumulti seguiti
alla incomprensibile determinazione del prefetto di Caltanissetta,
il toscano Bortuzzi, di inaugurare il teatro di Caltanissetta
con una sconosciuta opera lirica, Il birraio di Preston. E anche
in questo attenersi al fondo di verità storica c'è probabilmente
un senso preciso: in Sicilia non serve attendere che la storia
si ripeta per avere la farsa. La storia, per i siciliani, si presenta
subito, suo primo apparire, con la smorfia violenta e assurda
della farsa.
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La
concessione del telefono
"Nell'estate
del 1995 trovai, tra vecchie carte di casa, un decreto ministeriale
(che riproduco nel romanzo) per la concessione di una linea telefonica
privata. Il documento presupponeva una così fitta rete di più
o meno deliranti adempimenti burocratico-amministrativi da farmi
venir subito voglia di scriverci sopra una storia di fantasia
(l'ho terminata nel marzo del 1997). La concessione risale al
1892, cioè a una quindicina d'anni dopo i fatti che ho contato
nel Birraio di Preston e perciò qualcuno potrebbe domandarmi perché
mi ostino a pestare e a ripestare sempre nello stesso mortaio,
tirando in ballo, quasi in fotocopia, i soliti prefetti, i soliti
questori, ecc. Prevedendo l'osservazione, ho messo le mani avanti.
La citazione ad apertura di libro è tratta da I vecchi e i giovani
di Pirandello e mi pare dica tutto. Nei limiti del possibile,
essendo questa storia esattamente datata, ho fedelmente citato
ministri, alti funzionari dello stato e rivoluzionari col loro
vero nome (e anche gli avvenimenti di cui furono protagonisti
sono autentici). Tutti gli altri nomi e gli altri fatti sono invece
inventati di sana pianta" (Andrea Camilleri)
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La
mossa del cavallo
Nel
romanzo è descritta la travagliata vicenda di un uomo onesto,
che nell'ambiente corrotto e mafioso della Sicilia di fine Ottocento,
rischia di trovarsi in prigione con la terribile accusa di omicidio.
Nato in Sicilia, ma cresciuto a Genova, Giovanni Bovara viene
inviato dal governo come ispettore capo ai mulini, funzione che
era già costata la vita ai suoi due predecessori: ma come eliminare
anche questo terzo scomodo intruso? La mafia locale, che vede
l'intreccio di politica, affari e piccola delinquenza, decide
di mettere in atto una strategia più sottile: non lo uccide, lo
"incastra" mettendogli tra i piedi un cadavere e facendolo apparire
colpevole dell'omicidio. Solo il recupero del dialetto natale,
e quindi delle sue origini, permetterà a Giovanni di rispondere
a questo imbroglio con altrettanta astuzia. Un romanzo da leggere
con l'attenzione che si destina ad un'opera di autentico valore
letterario, ma anche con la leggerezza e il coinvolgimento che
nascono dalla lettura di un bel poliziesco.
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La
Scomparsa di Patò
Sul
finire del secolo scorso, durante la rappresentazione di una "Passione"
di Cristo davanti a centinaia di spettatori, l'attore dilettante
che interpreta la parte di Giuda, il ragioniere Patò, sprofonda,
dopo il tradimento, come richiede il copione, nella voragine che
si apre sotto i suoi piedi. Si trattava naturalmente di una botola
preparata ad arte, senonché, il ragioniere Patò non riemergerà più
dal sottopalco. Svanisce letteralmente e nessuno lo rivedrà mai
più, né vivo né morto. Il romanzo, sempre sul filo dell'ironia e
del paradosso, è una sorta di spassoso dossier su quella misteriosa
sparizione.
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Il
Re dei Girgenti
Ambientato
nel primo quindicennio del Settecento, il romanzo di Camilleri si
ispira ad un episodio della storia siciliana. Erano gli anni in
cui la Sicilia era con i Savoia, si succedevano rivolte e rivoluzioni.
Per sei giorni Girgenti diventò un regno indipendente con un contadino
che si autoproclamò re. Si chiamava Michele Zosimo, nei giorni dell'insurrezione
pare bevesse vino mescolato a polvere da sparo. Re per soli sei
giorni, una volta sedata la rivolta, venne ucciso.
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